WINE REPORT Facce da….Cesanese

WINE REPORT Facce da….Cesanese

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Primo viaggio: Affile, dove tutto è nato

Oggi 21 maggio 2015, ore 9.00,  inizia il mio viaggio nel mondo del Cesanese, vino e vitigno rosso principe della vitivinicoltura laziale. Prima tappa Affile, paesino  posto tra la celebre cittadina dei monasteri di San Benedetto , Subiaco, e gli Altipiani di Arcinazzo, meta estiva nonché invernale di molti turisti provenienti da Roma. Perché proprio Affile ? Per due motivi, il primo, personale, dettato dalla curiosità di conoscere un luogo a me sconosciuto, il secondo, diciamo “oggettivo,” perché proprio in questi luoghi sembra sia stato coltivato e/o riconosciuto per la prima volta il vitigno cesanese, detto appunto cesanese di Affile. Il paesino dista circa 80 km da Roma, si percorre l’autostrada A24 per L’Aquila e uscendo al casello   di Vicovaro-Mandela (40 km) si prosegue sulla Tiburtina (SS 5) in direzione di Subiaco. Dopo essere entrati dentro Subiaco, c’è un ultimo tratto di 15 km per arrivare  ad Affile.

Ad un chilometro dal paese sosto con la macchina in una piazzola  per osservarlo con il binocolo:  è “disteso”  su di un cucuzzolo a circa 700 m.s.m., alle pendici dei monti Affilani e Simbruini,  davanti sullo sfondo i monti Prenestini ed Ernici, tutto intorno boschi bellissimi, pochi campi coltivati, qualche orto qua e là. Lo sguardo poi va un po’ più in basso, intorno ai 600-500 m.s.m., ed è lì che vedo le prime vigne, poche a dire il vero ma ben coltivate, disposte dentro una sorta di anfiteatro greco naturale. Trovo il tutto irreale ma, nel contempo, affascinante e spiazzante; certo in un luogo del genere tutto ti aspetti tranne che trovare delle vigne, eppure sono lì.

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Alle  10,30 ho appuntamento con uno dei proprietari  dell’azienda FORMICONI, e  seguendo alcune indicazioni stradali giungo accanto alla nuova cantina, in costruzione, dove ad attendermi non trovo nessuno, provo a telefonare ma il cellulare squilla a vuoto.  Al di là del colle sopra di me sento dei rumori di seghe che tagliano dei rami,  e  vedendo l’inizio di una vigna mi inerpico sino alla cima, in basso, alcune decine di metri avanti a me tre uomini sono intenti a lavorare lungo i filari, fra questi un ragazzone di circa 30 anni, alto più di 1.90 con un bel barbone, sorridente e cordiale, il suo nome è Michael, Michael Formiconi.

 (Michael  Formiconi)

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Esterno  il mio stupore   di come si possa, in simili luoghi,  coltivare la vite e produrre vino, peraltro di qualità. Sorride bonario e annuendo mi indica la vigna lì sotto, tutta in “discesa” con pendii che in alcuni tratti raggiungono il  30-35%. Conveniamo entrambi che in questo caso si può parlare di viticoltura “eroica”. Il lavoro è del tutto a mano e quando si usa il trattore, specie se gommato, si corrono seri rischi. Il terreno è argilla pura, compatta, di un colore grigio chiaro.

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Le vigne sono tutte recenti. Credo che non superino i 10-15 anni di età. Praticamente dovrà ancora passar del tempo perché possano dare il massimo, anche se i risultati sin da ora sono molto buoni, a volte eccellenti. Michael mi parla della  scelta di vivere in campagna, della durezza di questa scelta ma anche della profonda  “convinzione”  di aver fatto quella giusta. Lo incoraggio e lo sostengo per questa  scelta, dicendogli che deve sempre pensare, nei momenti bui, tristi o comunque negativi, di fare il lavoro più bello del mondo.

Dopo un po’ di chiacchiere e aver passeggiato per vigne (molto, molto scomode), gli chiedo se posso assaggiare il suo vino. “Ovviamente”  dice e andiamo verso la cantina dove da una botte di acciaio  “spilla”  un po’ di vino, l’ultimo nato della casa: il Capozzano,  annata 2013.

Colore molto bello, un rubino lievemente cupo, i profumi stentano ad aprirsi, vino restio e timido ma è pura ”parvenza”. Alla gustativa emerge nettamente  la freschezza e la potenza e la qualità dei tannini che pur essendo giovani non appaiono aggressivi. La sostanza liquida si muove in bocca con eleganza,  morbidezza e passando i minuti cominciano ad emergere profumi fruttati e floreali, estremamente fini e distinti di rosa e violetta, di fragola e melograno, con un primo sentore di speziatura. Tutto lascia presagire, con il tempo, un’evoluzione dei profumi di grande rilievo.

Dio mio, come siamo lontani dagli orribili  cesanese  che per decenni sono stati venduti e bevuti a Roma !!

Parliamo ancora dei vini delle ultime annate, della loro qualità ma anche della loro quantità. FORMICONI produce, se non vado errato, qualcosa come 6-8 mila bottiglie. Una vera inezia, e ciò nonostante il  Capozzano ha avuto  riconoscimenti da quasi tutte le guide dei vini d’Italia. In questo caso l’esiguità dei numeri è però un problema, il Cesanese di Affile ha, per quanto ne so, solo 3 produttori (oltre a FORMICONI, la cooperativa COLLINE DI AFFILE e RAIMONDO) relativamente  “conosciuti” e “apprezzati”. Infatti,  potranno produrre al massimo qualche decina di migliaia di bottiglie che, al di là della qualità del vino prodotto, rappresentano  un’oggettiva difficoltà per essere conosciuti fuori dalla regione Lazio, e per quanto ne so anche all’interno della nostra regione.

Chiedo ulteriori delucidazioni sul vitigno, ovvero sulla differenza fra cesanese comune e cesanese di Affile.

Michael mi parla soprattutto della differenza qualitativa, nettamente a favore del secondo sul primo, per cui nelle loro vigne, pur non essendo  imposto nel disciplinare, è coltivato solo 100% cesanese di Affile. Concordo pienamente e mi   auguro che in futuro tale percentuale venga imposta nel disciplinare. Prima di congedarmi e dopo avermi invitato alla prossima vendemmia  gli chiedo se c’è un ristorante o un’osteria ad Affile dove poter mangiare, mi indica un alimentari. Lo saluto cordialmente, con la promessa di rivederci quanto prima.

Raggiungo Affile, e osservando lungo la strada  le vigne, mi convinco ulteriormente del grande coraggio con cui  pochi uomini affrontano questa avventura di produrre vino, in  luoghi tanto belli quanto aspri e difficili.

Giunto alla piazza del paese, dopo aver mangiato voracemente due panini chiamo al cellulare il vice-presidente della cooperativa COLLINE DI AFFILE, Riccardo Baroni. Nell’attesa scatto qualche fotografia, nel frattempo arriva un ragazzo,  con  barba e  occhiali, ma non è Riccardo che  giunge dopo alcuni minuti a bordo di una Giulietta.

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Anche lui con la barba, ma bianca, ha la mia età più o meno. La dico tutta ? Un uomo che non ti aspetti a queste latitudini: affabile e cortese come un nordico, generoso e disponibile come un meridionale, schietto e senza fronzoli come un “antico” romano. Veramente una gran bella persona. E con Michael siamo a due. Poca gente, poco vino e poche vigne ma tutto molto “GOOD” !!

(Riccardo Baroni)

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Riccardo non solo risponde cortesemente a tutte le mie domande ma, spesso, le precede. Conferma quanto detto da Michael sulla difficoltà del lavoro nella vigna, addirittura quella delle COLLINE DI AFFILE ancora più scoscesa ma soprattutto tiene a sottolineare come la mancanza di una “cultura del vino”  fra la massa della gente non permetta di coltivare zone e terreni migliori di quelli a disposizione, perché  i proprietari  non mostrano alcun interesse né  a venderli né a coltivarli.  Inoltre gran parte dei terreni hanno decine di proprietari per ettaro e, come è noto,  mettere d’accordo le persone in Italia non è mai impresa facile. Guardando nuovamente intorno a me, mi rendo conto subito delle verità di Riccardo; infatti sono facilmente individuabili terreni incolti che, sia per esposizione solare sia per una minore  “scoscesità”,  appaiono nettamente migliori di quelli coltivati. La gente preferisce lasciarli abbandonati piuttosto che affittarli o venderli a chi vorrebbe utilizzarli per produrre del vino. Incredibile ma vero !

Riccardo appartiene a questi nuovi personaggi del vino che partono, quasi tutti, fuori dal  mondo del vino, infatti è un ex funzionario di banca che si è rimesso in discussione, e con lui decine di soci che ora, uniti, affrontano  questa “avventura”.

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Andiamo insieme a visitare la vigna:  terreno argilloso e pendii da paura. Osservo in distanza, non più di 400-500 metri in linea d’aria, la vigna dei FORMICONI. E’ posta poco più in alto e ciò basta, a quanto dice lo stesso Riccardo, a renderla “migliore” rispetto alle altre: incredibile come solo 50 metri di dislivello regalino una maggiore esposizione solare e non permettano alla nebbia, spesso presente in questi luoghi, di “avvolgerla” come accade per le altre vigne.

Chissà forse il segreto che rende il Capozzano il migliore fra i Cesanese di Affile è tutto qui.

Si continua a chiacchierare sul più e sul meno, sulla qualità della terra, sul rapporto con le istituzioni e con l’amministrazione pubblica in generale, come al solito dolenti note, poi gli chiedo se conosce l’azienda RAIMONDO, annuisce e me la indica: è appena qualche centinaio di metri più in là, in basso, gli dico che non sono riuscito ad avere un appuntamento con la Signora Eleonora (proprietaria dell’azienda) perché in partenza per un lungo viaggio che la terrà lontana dall’Italia. Riccardo, come se nulla fosse, mi invita ad entrare nella sua Giulietta perché sarà lui a farmi vedere le vigne di questa azienda: sono tutti amici e non ci sono problemi.

Prendiamo la macchina e raggiungiamo l’azienda RAIMONDO (che qui chiamano “l’azienda del Notaio”) una piccola abitazione con vigne tutte intorno.  Ci accoglie un cane mutilato (tre zampe) con dolcezza, lo coccolo e facciamo amicizia, mi guardo intorno e noto una vigna a terrazze, come in Valtellina,  domando a Riccardo come mai e mentre sta per rispondermi giunge, con un’altra macchina, un ragazzo che riconosco subito.


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E’ lo stesso che avevo incontrato sulla piazza di Affile scambiandolo per Riccardo, ci saluta e con mia sorpresa nel   presentarsi (si chiama Fabio), mi dice che è l’enologo dell’azienda RAIMONDO.

Stupendo !! Ci mettiamo a parlare di vigne, vini, terreni, coltivazioni, solfiti, trattamenti vari,  e Fabio sostiene  che, in buona sostanza, pur non essendo le aziende di Affile catalogate come “biologiche” nella realtà lo sono o quasi.  Prima di andare in cantina a degustare del vino, Fabio mi fa vedere una decina di viti ad alberello maritati con una pianta del luogo. Rimango stupito, è  la prima volta che vedo nel Lazio qualcosa del genere, le viti avranno oltre 80 anni.

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Gli chiedo allora della vigna terrazzata, mi spiega che prima c’erano degli ulivi e che questo è il motivo originario del perché delle terrazze.

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Poi inizia un dibattito circa la possibilità di produrre un vino bianco di qualità in queste zone. Fabio scarta immediatamente la passerina, vino-vitigno considerato piuttosto anonimo, mentre in cuor suo il vitigno giusto pensa possa essere il sauvignon. A mio avviso, invece, dati i luoghi così aspri e difficili ritengo più adatto un vitigno tanto nobile quanto “impegnativo”, il riesling renano, ma la proposta lascia i miei amici piuttosto interdetti.

Ma finalmente arriva l’ora di bere: il vino dell’azienda RAIMONDO, preso dalla botte, presenta un gran bel colore, è molto fresco con tannini importanti ma non ruvidi, vino giovane che deve ancora farsi. Fabio è assolutamente convinto delle enormi possibilità di miglioramento del Cesanese di Affile, certamente servirebbero più produttori, ma loro tre faranno del meglio per andare avanti. Riccardo annuisce mentre  fuma un piccolo sigaro.

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Saluto  Fabio e con Riccardo si ritorna ad Affile, dove nel  centro storico c’è un piccolo deposito della cooperativa COLLINE DI AFFILE e Riccardo, generosamente, mi regala due bottiglie. Non faccio alcuna degustazione in sua presenza ma gli prometto che quando la farò gli comunicherò le mie valutazioni. Ci salutiamo cordialmente, come vecchi amici.

DEGUSTAZIONE – Note a margine

In questa degustazione non sono presenti i vini dell’azienda RAIMONDO per i motivi di cui sopra. Dell’azienda COLLINE DI AFFILE, ho preso in esame due vini: il “base”, semplicemente denominato Cesanese di Affile, annata 2011,  14% di alcol,  rosso rubino con unghia porpora,  emergono profumi di media intensità di frutta rossa in confettura, viola, pepe, caffè e tabacco, abbastanza tannico, vino pronto, di buon gusto, voto: 84;  secondo vino, Cesanese di Affile “Le Cese” , annata 2011, 14% di alcol, rubino con unghia granata, profumi di media intensità ma di maggiore complessità rispetto al “base”, emergono all’olfattiva oltre alla confettura di prugna e ciliegia, la viola, la noce moscata e la carruba, voto: 86.


LeCese

Entrambi i vini si caratterizzano, oltre che per la potenza alcolica, per una nota “rustica” legata alla specificità del vitigno e del territorio che dà una personalità e riconoscibilità ai vini stessi. Azienda FORMICONI, prendo in esame un vino pluripremiato e ormai famoso fra gli addetti e non solo, ossia il Cesanese di Affile Riserva “Capozzano”, annata 2011, gr.15,5%, inizio questa volta con la sintesi finale anziché con l’analisi: vino stratosferico,  non solo il miglior cesanese di sempre (per quanto mi riguarda, ovviamente) ma di gran lunga il miglior rosso del Lazio.  Sinceramente non riesco a trovare un difetto, seppur piccolo: bellissimo già nel colore: rosso granato intenso e cupo; l’ampiezza dei profumi è disarmante: ciliegia, more di rovo, prugna, violetta, noce moscata, chiodi di garofano, caffè, pepe nero, cioccolato cuneese, carruba, tabacco da pipa, radice di liquirizia ecc. ; alla gustativa ha la morbidezza e l’eleganza dei grandi passiti, e pur se intenso e persistente oltre misura riesce a “coprire” la potenza alcolica, a volte spiacevolmente avvertibile in altri cesanese, voto: 96.

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Secondo viaggio:  ad Olevano Romano, sui monti Prenestini

Alle ore 8.00 del 10 giugno 2015, parto da  Roma destinazione Olevano Romano, probabilmente fra le doc e docg riguardanti il cesanese è la più conosciuta dai cittadini romani: migliaia di ettolitri di vino, solitamente dolciastro con qualità prossima allo zero, hanno imperversato sulle bancarelle dei mercati rionali romani, di solito insieme alle cosiddette “romanelle” (sic!), per decenni a costi di poco superiori ad una bottiglia di acqua minerale. E’ contro  questa storia e nomea  che il Cesanese di Olevano Romano deve combattere la sua battaglia più dura  !!

Dopo circa 50 chilometri, percorsi lungo la Via Prenestina, raggiungo Olevano verso le 9.15.

Ho appuntamento alle  9.30 presso l’azienda DAMIANO CIOLLI, considerata fra le migliori, posta alle pendici del paese.  Damiano, il conduttore dell’azienda, è un ragazzo di 38 anni, ma ne dimostra a malapena 30, dirige l’azienda che fu del padre, morto recentemente, con piglio imprenditoriale ed estrema professionalità.

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E’ pieno di passione e conoscenza, e pur così giovane sembra possedere l’esperienza di un sessantenne; è coadiuvato nel suo lavoro dalla compagna Letizia Rocchi, che sfortunatamente non posso conoscere perché all’estero (America), la ragazza è enologa ed ha studiato con il Prof. Attilio Scienza, nume tutelare dell’intera enologia italiana. Da come ne parla e per quel che ho sentito dire “in giro” non poco del successo di questa azienda è dovuto all’intraprendenza e all’intelligenza di Letizia, ciò aumenta il rammarico per la sua mancanza.

Subito nasce un  intenso colloquio con Damiano circa la storia dell’ azienda, simile peraltro alle storie di tutte le nuove piccole aziende laziali    che inizialmente  vendono l’uva alla cantina sociale del paese oppure producono vino sfuso per i “romani” e i “paesani”, per poi invertire la marcia, per lo più intorno ai primi anni 2000, con la precisa intenzione di  percorrere la strada del vino di qualità secondo   criteri  e dettami imprescindibili, quali il rispetto del territorio, non-uso di pesticidi e di prodotti di sintesi, basse rese, monovitigno (cesanese di Affile). Non poche volte, per fortuna, ho ascoltato queste parole ma mi emozionano sempre quando le sento pronunciare da un giovane e con tale convinzione.

Come quasi tutti i produttori Damiano parla della difficoltà di farsi “conoscere” e di avere sostegni giusti dalle istituzioni locali, quasi sempre sorde o incompetenti; ciò nonostante l’azienda ha raggiunto una certa fama e i suoi vini  ricevuto numerosi premi e riconoscimenti.

Finalmente decidiamo di partire per visitare le vigne, e date le condizioni delle strade interpoderali, prendiamo un furgoncino “da lavoro”. Le vigne sono dislocate nella parte più bassa delle colline della campagna di Olevano, fra i 350 e i 250 m.s.l .

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Bellissima la vecchia vigna (80-100 anni) con la quale viene prodotto il cru dell’azienda, il Cirsium. Mi incuriosisce la forma di allevamento: è una sorta di alberello a candelabro, tipo la menorah ebraica, bellissimo !!

 

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Il resto delle nuove vigne sono a guyot, tutte ben tenute e coltivate. Dopo una mia precisa domanda al riguardo, mi parla del tentativo di produrre anche un vino bianco e dato che non gli piace la “passerina” ( a dire il vero neanche al sottoscritto) dopo alcuni tentativi con vari vitigni ha piantato delle barbatelle di “trebbiano verde”, una sorta di verdicchio. Continuiamo a passeggiare per le vigne che mi sembrano tutte in buona salute, e pensare che a soli 500 metri di distanza, forse meno, una grandinata,  appena due giorni fa, ha praticamente distrutto tutto.

I terreni sono  diversi da Affile dove erano completamente argillosi, di colore grigio, qui hanno una colorazione tendente al rosso, terreno vulcanico e minerale, inoltre l’irradiazione solare è superiore, insomma fa  più caldo; peraltro  essendovi molte vallate, e diverse altimetrie fra una vigna e un’altra, vi è già  in partenza una sostanziale diversità nella qualità dei vini e, di conseguenza, nello  “stile”  dei produttori.

Si chiacchiera del più e del meno, trovandomi quasi sempre d’accordo con lui, decidiamo di ritornare alla cantina-casa posta su di un poggio con una visuale mozzafiato sull’intera vallata: in lontananza si scorgono Bellegra, S. Vito Romano, Capranica Prenestina e Genazzano, quest’ultimo ha una porzione del suo territorio che rientra nella doc di Olevano.

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Giunti a casa saluto la madre di Damiano affacciata alla finestra, entriamo in una piccola sala degustazione per  assaggiare finalmente i suoi due vini: il Silene e il Cirsium, il “base” e il “cru”. Rimango subito colpito dalla bellezza del colore, un rubino all’un tempo intenso e trasparente,  e ancor di più dai profumi e dal gusto: entrambi molto buoni, con il Cirsium verso l’eccellenza. Gli faccio i miei complimenti, acquisto due bottiglie e ci lasciamo con la promessa di rivederci quanto prima. Mi faccio indicare la direzione per raggiungere l’azienda FRANCO CAPORILLI ma prima Damiano, gentilmente,  informa per telefono del mio arrivo, a  conferma di una bella e augurale solidarietà tra questi piccoli produttori: anche questa oltre alla qualità è una scelta giusta!

La strada interpoderale, pur essendo asfaltata, si fa sempre più piccola e ripida tanto che in alcuni punti devo procedere con il piede sempre sul freno e, contemporaneamente, pregare Iddio di non incontrare altre macchine, altrimenti non saprei proprio come fare.

La fortuna mi aiuta e dopo numerosissimi sali e scendi raggiungo la casa-cantina dell’azienda FRANCO CAPORILLI.

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Sono accolto dalla  gentilissima consorte di Franco, che dopo i saluti mi accompagna dal marito intento, qualche decina di metri più avanti, a lavorare in vigna posta in un pendio, neanche a dirlo, alquanto ripido. Faccio alcune fotografie e vedendomi mi saluta cordialmente di sopra il trattore.

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Lo guardo e non posso non notare la somiglianza con un mio vecchio zio, amante del vino e mio primo maestro: viso, mani e pelle  hanno il colore della stessa terra, anzi sembra uscire dalla terra.

(Franco Caporilli)DSCF5862

“Questi sono i veri vigneron” –  dico fra me e me. Dopo i soliti convenevoli di presentazione, parliamo di terra e di vino, come per Damiano così per Franco la passione è la matrice di tutto, e pure se ciò accade spesso rimango sempre colpito da questa fede e da questa fermezza, sarà per i periodi bui che stiamo attraversando ma solo in questi uomini vedo un po’ di speranza.

Si inizia a discutere sul più e il meno e rilevo una piena assonanza  con quanto già detto con Damiano, la moglie ci serve il  caffè e nel frattempo arriva Ciro (agronomo, enologo ?) con una Jeep, in tempo per sorseggiare insieme un ottimo caffè e allargare il dibattito sul vino in generale e sul cesanese in particolare.

La discussione si fa sempre più interessante ma il tempo passa e un certo languorino allo stomaco mi dice “qualcosa”, prima di congedarmi compro alcune bottiglie. Chiedo informazioni sui ristoranti della zona dove poter mangiare dignitosamente, mi forniscono due indirizzi fra i quali scelgo quello più a valle perché  rifare quella strada in salita sinceramente proprio non me la sento.

Ristorante Rossi,  sulla SS155 prima dell’incrocio dal quale si prende la strada per salire ad Olevano Romano. Molto bello, grande e accogliente, pochi clienti, personale affabile, portano il menù, vado sul classico: pappardelle al sugo di lepre, molto buone ma un po’ saporite, e abbacchio a scottadito, buonissimo, ottima carne, e cottura perfetta, cicorietta ripassata in padella e un quarto di cesanese (discreto) e…….. l’omo campa,  direbbe mia nonna.

Finito il pranzo, mi riposo su una panchina all’ombra (fa un caldo bestiale) nel  grazioso parco del ristorante. Alle 14.30 mi vedrò con Alberto, proprietario dell’azienda ALBERTO GIACOBBE. E’ a pochi chilometri, ad un centinaio di metri dalla strada principale, un bel casolare color ANAS, come dicono ironicamente da queste parti, in fondo ad un piccolo viale di cipressi inframezzati da cespugli di lavanda.

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Mi accolgono scodinzolando due cani, uno piccolo ed uno grande color miele entrambi non a caso dolcissimi, dopo alcuni minuti arriva Alberto, titolare dell’omonima azienda. Anche Alberto come Damiano è un giovane vigneron, di poco avrà passato la trentina.

(Alberto Giacobbe)

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Si familiarizza subito, Alberto è estremamente gentile e disponibile come gli altri,  con un grado di timidezza che lo contraddistingue. Prima di passare in cantina e dopo aver dato uno  sguardo alla vigna dirimpettaia e alla tipologia del terreno, saliamo su di un furgoncino per andare a visitare le altre vigne, vecchie e nuove, poco distanti.


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L’esposizione è ottima come quelle di Damiano Ciolli,  a tutto sole, ma poste leggermente più in basso di quelle di Damiano. Il terreno è simile ai precedenti,  assume spesso un bel colore rosso ma non mancano tratti in cui è argilloso e calcareo.

 

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Anche con Roberto si parla della realtà del Cesanese, in regione e in Italia, dove è poco conosciuto e valorizzato per quello che merita e, nonostante un’apprezzabile solidarietà fra i produttori, rileva  che tutti gli altri “attori” , istituzioni politiche e sociali nonché le organizzazioni del mondo del vino, non “recitano”  adeguatamente la loro parte, per cui tutto è demandato alla buona volontà dei singoli che, ovviamente, arrivano dove possono arrivare.

Insomma c’è una forte esigenza di fare  “squadra” e tutte le nuove realtà del Cesanese, che fra l’altro sono le migliori, sono lucidamente consapevoli che il “salto di qualità” non può non avvenire che attraverso l’unione di tutte le forze, altrimenti si campicchia.

Si gira ancora un po’ per le vigne e poi ritorniamo al casale e alla cantina, lungo la strada ci attraversa un  serpente, assai bello, probabilmente un biacco, ne sono felice perché non so da quanto tempo non ne vedevo uno: porterà fortuna ? Lo spero. In cantina troviamo e salutiamo il padre di Alberto, un simpaticissimo e rubicondo uomo di campagna, intento con due operai, credo rumeni, a preparare le botti e a pulire tutti i recipienti di acciaio.

Con Alberto assaggiamo alcuni vini, sia bianchi che rossi, tutti in divenire, ma certamente buoni, prendo poi una bottiglia di Cesanese Superiore di Ol.Rom. “Giacobbe”, vendemmia 2013.

Ci salutiamo cordialmente, una carezza ai due cani, un saluto alla nonnina e riparto felice e contento per Roma.

DEGUSTAZIONE – Note a margine

Azienda CAPORILLICesanese di Olevano Romano “Hilaris”, annata 2012, 13% di alcol, rosso granato, abbastanza consistente,  media intensità e complessità all’esame olfattivo, si riconoscono profumi di confettura di ciliegia e prugna, di garofano, cacao e pepe nero, abbastanza tannico, intenso ma non persistente alla gustativa, vino buono, voto: 84.

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Passiamo all’azienda GIACOBBE e al suo vino Cesanese di Olevano Romano Superiore, annata 2013, 14% di alcol, rubino che vira al granato, intenso nei profumi peraltro di media complessità, emerge una potente nota di frutti di bosco, pepe nero, carruba e caffè e un leggero sentore ematico, alla gustativa appare un vino equilibrato, intenso e persistente, un vino già pronto ma offrirà il meglio di sé fra qualche anno, voto: 86.

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In ultimo i vini dell’azienda DAMIANO CIOLLI, in primis il Cesanese di Olevano Romano Superiore “Silene”, annata 2013, 13% di alcol, rosso rubino tendente al granato, trasparente, di media intensità e complessità all’olfattiva in evidenza il fruttato e lo speziato, con confettura di prugna e pepe nero in prima fila, alla gustativa emerge soprattutto la gioventù: fresco con tannini in evoluzione, rispettoso delle caratteristiche del vitigno, voto: 85. Passiamo ora al “cru” dell’azienda ovvero Cesanese di Olevano Romano “Cirsium”, annata 2011, 14,5% di alcol, uno stupendo rosso rubino tendente al granato, cupo  e profondo, frutta rossa matura: visciole e more, violetta, si vira poi sullo speziato: pepe nero, chiodi di garofano, noce moscata, inoltre cacao amaro e un alito balsamico finale. Alla gustativa mostra pienezza di corpo con tutti gli elementi al loro posto, vellutato, morbido, persistente. Eccellente, voto : 93.

 

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Terzo viaggio: di nuovo fra le colline di Olevano Romano

Dopo un mese dal primo viaggio allo “scoperta” del Cesanese di Olevano Romano,  oggi, 8 luglio 2015, in una giornata tanto bella e limpida quanto calda   ritorno, insieme a mia moglie, nelle campagne e nelle vigne di Olevano Romano.

Vedrò e assaggerò i vini dell’azienda MIGRANTE e dell’azienda PROIETTI, quest’ultima dovevo visitarla durante il mio primo viaggio ma problemi familiari del proprietario  non lo hanno permesso.

Osservando la disposizione delle aziende su GoogleMap decido di visitare per prima l’azienda MIGRANTE di Lorenzo Fanfarillo. E’ una nuova azienda che da poco di più di dieci anni è sul mercato vitivinicolo ma sono bastati per essere una delle più apprezzate e stimate. Ovviamente questo non fa che aumentare la mia curiosità, già accresciuta da un semplice e primario contatto telefonico con Lorenzo, il proprietario, con un tono di voce così simpatico, cordiale e oserei dire “coinvolgente” che non vedevo l’ora di conoscerlo.

Dopo Genazzano e passati davanti al Ristorante Rossi c’è una deviazione a sinistra con l’indicazione di Olevano, si fanno si e no altri due o tre chilometri con altre due deviazioni a sinistra per giungere infine all’azienda Migrante.

Dal finestrino scorgo un uomo corpulento, con due enormi baffi che mi “inquadra” da lontano, entro,  nuovamente a sinistra, in un viottolo di campagna e giungo davanti ad una piccola casetta, sede della cantina, tutta intorno circondata dalle vigne.

 (Lorenzo Fanfarillo)

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Lorenzo mi viene incontro con un enorme sorriso pari alle sue mani che – non sapendo del suo lavoro di tanti anni (camionista) avrei definito di “vero contadino” – mi accolgono con un “poderoso” saluto. Come fu per la “voce”, è simpatia a prima vista. Di fronte ho un uomo vero che, quasi per gioco, insieme alla moglie (già vignaiola da generazioni) ed al cognato (se non erro), ha deciso di mettersi alla prova entrando in un mondo tanto affascinante quanto a lui sconosciuto, e con estremo coraggio e caparbietà, è riuscito dove molti hanno fallito pur dotati di mezzi ed esperienza.

La  “storia” di MIGRANTE inizia con il nuovo millennio anche se, a dire il vero, rischiava di non iniziare mai, dato che alla fine degli anni ’90 Lorenzo aveva preso la decisione di “distruggere” l’ettaro di vigneto di proprietà della moglie. Per sua e nostra fortuna le cose sono andate diversamente e Lorenzo, insieme a quelli che definirei i “cavalieri del Cesanese”,  ha dato vita alla nuova stagione di questo  vino, finalmente apprezzato per le sue intrinseche qualità.

Anche Lorenzo, come tutti, lamenta la solitudine dei vignaioli, l’abbandono o il pressapochismo delle istituzioni, in ogni suo grado e ordine, ma è una “lamentela asciutta”, senza lacrime e piagnistei vari, sa bene che non bisogna aspettarsi nulla e che l’unica certezza dei vignaioli è lavorare duro e bene, con passione e applicazione, avendo di mira solo la qualità come traguardo.

Passiamo un’ altra ora  a parlare dei vari aspetti della produzione del vino, delle sue fasi, delle caratteristiche del territorio e del vitigno, poi insieme a mia moglie,  passo ad “esaminare” la vigna e ciò che più mi colpisce è, oltre alla cura maniacale per ogni vite (“non prendermi per pazzo ma ormai le conosco una per una e ci parlo” mi ha confessato Lorenzo con il suo rude candore), il cambiare continuo del colore della terra, dal rosso tipico delle campagne di Olevano, al giallo ocra al grigio dell’argilla: sinceramente, non mi pare di averlo osservato in altre vigne, ma non posso giurarci sopra.

 

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Vediamo la nuova vigna con le piccole barbatelle, tutta esposta a mezzogiorno e poi, finalmente, entriamo in cantina, piuttosto piccola ma a breve dovrebbe ingrandirla o farne una nuova.

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Mi presenta i suoi vini, tutti a base di cesanese di Affile, e precisamente: Terre Olibani, Consilium, Sigillum, tutti e tre “secchi” e sul finire una versione dolce denominata semplicemente Olevano.

Senza mezzi termini o giri di parole ho assaggiato quattro ottimi vini, di cui due il Consilium e la versione dolce Olevano molto, molto interessanti. Non solo. Esprimono una personalità e una identità così nette che non possiamo non fare il paragone con la stessa personalità di Lorenzo. Compro tutte e quattro le versioni per godermele a casa in pace e tranquillità, ma anche per una ulteriore verifica della qualità. Ci salutiamo abbracciandoci come vecchi amici. Alla prossima, caro Lorenzo.

Con Maria e la mia vecchia macchina  torniamo indietro per riprendere la strada che va verso Olevano, dopo appena un chilometro  c’è l’azienda PROIETTI, se non erro la più grande del comprensorio e probabilmente la più famosa. Si respira già un’aria quasi “industriale”, nel piazzale antistante l’azienda e (credo) l’abitazione c’è Fernando Proietti, l’attuale proprietario dell’azienda che insieme ad altri uomini sta lavorando allo scarico di “materiali” da un piccolo camion.

Saluto con la mano, risponde distrattamente, ovviamente non mi conosce, parcheggio la macchina in una zona d’ombra data l’estrema calura del giorno. Vado incontro a Fernando, ora mi saluta con una forte stretta di mano, osservo come al solito il volto che ricorda, in modo impressionante, gli attori  anni ’60-‘70  che interpretavano, con alterna fortuna, i famosi spaghetti western: occhi di ghiaccio da pistolero, barba dei “tre giorni” e fisico adeguato al “personaggio”.

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Chiede il perché della visita, mi spiego e gli ricordo del vecchio appuntamento andato a vuoto causa un  impedimento familiare, si ricorda ma, purtroppo, anche questa volta potrà dedicarmi poco del suo tempo a disposizione. Non cerco, quindi, preamboli e gli chiedo di provare alcuni dei suoi vini, altri li compro e li proverò in seguito.

Da subito ho una buona impressione circa la qualità ma, come per gli altri, un giudizio definitivo lo darò in seguito ad una degustazione più precisa e tranquilla a casa. Gli chiedo dove sono le vigne, me le indica e sono quasi tutte intorno l’azienda. Faccio un breve giro, sono molto belle e curate, su varie altimetrie ed esposizione solare.

Sarà per un’altra volta una “ispezione” accurata, e sperando di poterla fare insieme a Fernando scatto un’ultima fotografia e con l’assenso di Maria ritorniamo indietro verso Roma, soddisfatti e contenti avendo ricevuto un’ottima impressione, anche oggi, della qualità umana e professionale dei vignaioli  di Olevano Romano. Al prossimo viaggio.

DEGUSTAZIONE – Note a margine

Ho degustato più di una bottiglia dell’azienda MIGRANTE ma intendo soffermarmi su una di esse, il Cesanese di Olevano Romano “Sigillum”, annata 2008, 14% di alcol, rosso granato tipico, trasparente, intenso e complesso all’olfattiva con note di confettura di more e di rosa marcita e violetta di estrema eleganza, a contorno spezie e tostatura a iosa con un finale baroleggiante di radice di liquirizia, decisamente eccellente (persino dopo 8 giorni dalla stappatura !), voto: 93.

sigillum

Dell’azienda PROIETTI,   ho degustato il Cesanese di Olevano Romano Superiore “Vignalibus”, annata 2012, 14,5% di alcol, rosso rubino con unghia granato, intenso e complesso all’olfattiva dove alla solita frutta rossa (ciliegia) emerge lo speziato, pepe nero e noce moscata, e il balsamico dell’eucalipto, nota finale di cacao amaro, molto buono alla gustativa dove la sapidità e la delicatezza del tannino la fanno da padroni, voto: 90.


Vignalibus

 

Quarto viaggio: verso Serrone, sotto il monte Scalambra

7 novembre 2015, bellissima giornata, l’estate di San martino non è solo un luogo comune. Partiamo da Roma (sono di nuovo insieme a mia moglie) per recarci, percorrendo la Prenestina, nelle campagne del Comune di Serrone, che insieme a Paliano, Anagni, Acuto e ovviamente Piglio, sono parte integrante del territorio della DOCG Cesanese del Piglio, la più grande delle denominazioni che riguardano il Cesanese e, a quanto pare, anche quella che gode di maggior fama circa la qualità del vino.

Prima di arrivare a destinazione decido di fare una tappa ad Olevano Romano presso l’azienda MIGRANTE di Lorenzo Fanfarillo.  Sono sempre stimolato dai vini ed attratto dai vigneti di Olevano, stimoli ed attrazione aumentati da questa stupenda giornata.

Sfortunatamente Lorenzo non c’è, è in Alto Adige a ritirare un premio come mi comunica suo figlio Michele mentre trasporta con una cariola le vinacce per la distillazione, ma altrettanto fortunatamente Michele mi dice che è presente la madre, la Signora Luciana. Ottima occasione per conoscere una “signora del vino” nel vero senso della parola. Dopo i soliti convenevoli dei saluti si comincia a parlare dei vini, della vendemmia appena conclusa, della probabile ottima annata 2015 che potrebbe eguagliare il 2011, considerata la migliore degli ultimi dieci anni. Degusto alcuni vini e ne compro due: il Consilium 2011, secco,  14,5% di alcool, che trovo ottimo e l’Olevano, dolce, vendemmia tardiva, 16% di alcool, molto interessante. Ma il tempo stringe, ci salutiamo cordialmente, con la speranza di rivederci quanto prima insieme a Lorenzo.

Dopo un breve excursus dentro l’abitato di Olevano, scendiamo per riprendere la Prenestina in direzione di Serrone, ma durante l’andata verso l’azienda MIGRANTE avevo scorto, prima dello svincolo che portava verso l’azienda di Lorenzo, le insegne di un’altra azienda vitivinicola: l’azienda  BUTTARELLI.

Qualcuno mi aveva già parlato di questa azienda, forse perché non la conoscevo e soprattutto perché non avevo mai bevuto i suoi vini ero piuttosto incuriosito, pregai  mia moglie di pazientare un po’ per il pranzo e di profittare dell’occasione per  “dare uno sguardo” .

L’aspetto piuttosto rustico, di  “classica” casa di campagna mi convinse ancor di più ad entrare e ad attraversare il cancello. Da una parte panni stesi al sole e da un’altra, sotto un portico, una giovane signora, Francesca (nella foto),  parlava e giocava con i suoi  pargoli.

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Francesca è la moglie di Flavio Buttarelli, il proprietario dell’azienda, anche lui come Lorenzo in altri luoghi per una presentazione dei suoi vini. Non ho molto tempo, ciò non toglie l’occasione per un vivace scambio di opinioni in cui apprendo, con soddisfazione, di averne molte in comune con Francesca, e con quella che potrei definire il “punto di vista” di BUTTARELLI. Degusto alcuni dei suoi vini e un paio di questi sono stati gentilmente regalati da Francesca. Sono piuttosto compiaciuto della visita anche se breve, spero quanto prima di ritornare, magari per rivedere insieme Flavio e Lorenzo, oltre alle rispettive consorti.

Partiamo, ormai sono le 13.30, e ritorno al ristorante Rossi dove ci aspettano fettuccine ai funghi, pappardelle al sugo di lepre, e due splendide tagliate all’aceto balsamico e al tartufo nero e ovviamente del Cesanese di Olevano.

Alle 14.30 ripartiamo per Serrone, docg Cesanese del Piglio, devo visitare un’azienda molto conosciuta e apprezzata:  TERENZI.

Arriviamo in netto anticipo rispetto all’orario “patteggiato” con Pina, figlia del proprietario dell’azienda e, quindi, ne approfittiamo per una breve visita a Serrone,  un paesino abbarbicato lungo il fianco del monte Scalambra, a “tuttosole”  come si suol dire, tipico paese dell’appennino ciociaro con lo sguardo rivolto verso il mare. Lungo i pendii più che vigne vi sono degli splendidi oliveti da cui presumo si possa ottenere un ottimo olio. Nelle parti più a valle osservo con piacere i filari di alcune vigne, mentre sopra le nostre teste un via vai di deltaplani colorati scendono dalla sommità del monte: un vero spettacolo !!!

Ma il tempo passa e riprendiamo la macchina per andare, finalmente, da TERENZI.

Ci accoglie la gentile e affabile Pina che attende, oltre a noi, altri appassionati enofili che desiderano conoscere l’azienda ma che, a quanto pare, se la stanno prendendo comoda per cui decidiamo di iniziare la visita alla vigna distante alcune decine di metri dalla cantina e dal locale, di nuova costruzione, interamente dedicato agli happening e alle degustazioni collettive.

(Pina Terenzi)

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La vigna è vecchia e la tipologia di allevamento è difficile da definire ma appare bellissima nei colori  e nei riflessi del crepuscolo.

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La  storia di TERENZI è quella, quasi uguale, di tutti i nuovi e validi vigneron del Lazio che partendo da un’enologia tradizionale, in cui l’esperienza delle generazioni passate la facevano da padrone, si è passati   alle nuove tecnologie integrate con il “sapere antico”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la qualità del vino, e nella fattispecie del  Cesanese del Piglio, è aumentata in termini esponenziali.

Ritorniamo alla cantina dove, nel frattempo, è arrivato il papà, Giovanni Terenzi,  vulcanico e altrettanto loquace, mentre la moglie ci saluta dalla finestra.

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Giovanni è un torrente in piena, è stanco ma felice, si vede lontano un miglio il viso di un uomo sereno che sa il fatto suo, completamente preso da ciò che gli piace e appassiona,  e che non smetterebbe mai di parlare di vino e di vigne, esattamente come la figlia Pina, preparata e consapevole d’ogni cosa che riguardi l’azienda.

Dopo l’arrivo di altri ragazzi e una breve visita in cantina, si sale per andare alla sala degustazione, dove Pina (fra l’altro ho scoperto che abbiamo fatto lo stesso corso di sommelier all’A.I.S.) ci fa degustare quattro vini: tre rossi, Cesanese del Piglio ovviamente, e un bianco, la Passerina del Frusinate. La Riserva del Cesanese e la Passerina, quest’ultima devo dire per la prima volta, mi hanno particolarmente colpito: due ottimi vini, li compro per degustarli con calma in seguito, come per tutti gli altri.

Ci intratteniamo ancora un po’ finché si fa sera, è l’ora dei saluti, molto calorosi. A presto Pina e Giovanni, Roma ci attende.

DEGUSTAZIONE – Note a margine

Con curiosità prendo in esame due vini di BUTTARELLI. Per primo il Cesanese di Olevano Romano “I Colli”, annata 2013, 14,5% di alcol, rosso granato trasparente (ormai così tipico che potremmo definirlo “rosso cesanese”), con profumi di media intensità e complessità, con la solita frutta rossa in confettura, rosa e pepe nero in evidenza, e un leggero sentore di cacao amaro, alla gustativa si fa notare la nota sapida e la freschezza, sottotono i tannini, vino buono, voto: 83. Per secondo il vino di punta dell’azienda ovvero il Cesanese di Olevano Romano Riserva “Morra Roscia”, annata 2012, 14,5% di alcol, intenso e complesso all’olfattiva dove, oltre alla solita frutta in confettura (prugna-ciliegia) e al pepe nero, si pone in rilievo una nota balsamica, di macchia mediterranea come il ginepro e l’eucalipto, infine cacao e carruba, di pari rilievo alla gustativa dove mostra un perfetto equilibrio non facile da raggiungere data la struttura del vino, vino ottimo, voto: 89.

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Dell’azienda TERENZI un breve accenno alla sua Passerina del Frusinate “Villa Santa” per dire semplicemente che è forse l’unica di quelle assaggiate sinora degna di menzione, nulla di eclatante ma può rappresentare un modello da imitare e superare, almeno lo spero: voto 84. Passiamo ora   al  cru dell’azienda ovvero il Cesanese del Piglio Superiore Riserva “Vajoscuro”, annata 2011, 15% di alcol, lunga macerazione sulle bucce e affinamento di due anni in botti di rovere francese, vino di struttura imponente, come quasi tutti i  Cesanese del Piglio dove il sole la fa  da padrone. Rosso rubino cupo con unghia granata, intenso e ampio,  frutta rossa in confettura e sotto spirito (visciola), rosa marcita e violetta, immancabile pepe nero, cioccolato, carruba, chiude una nota finissima di radice di liquirizia. Alla gustativa esplode in tutta la sua potenza e ricchezza, gustosissimo ma anche equilibrato fra i le varie componenti, persistenza notevole. Assolutamente eccellente: 94.


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Quinto viaggio: scendiamo  verso Anagni e risaliamo a Piglio e Acuto

20 novembre 2015, ore 9.00, questa volta sono insieme al mio amico Massimo che  mi accompagnerà, con la sua Canon professionale, in questo viaggio fra le colline di Anagni e del Piglio, dove andremo a visitare due aziende, una piuttosto conosciuta la CORTE DEI PAPI e l’altra un po’ meno il CASALE VERDE LUNA.

A differenza dei precedenti viaggi, almeno per l’andata, prendo l’autostrada Roma-Napoli e non la Prenestina. Sono soltanto 45 minuti di viaggio che sembrano addirittura un attimo, grazie a Massimo che, come sua prassi, è un uragano di battute e prese in giro, per fortuna gradevoli e spassose.

Esco al casello di Anagni-Fiuggi, e il panorama che mi si para di fronte è suggestivo nonostante non sia una giornata di sole anzi tutt’altro, ma la bellezza e la dolcezza delle colline ciociare con allo sfondo i primi contrafforti dell’Appennino allietano il cuore e riempiono i polmoni di buon’aria. Dopo due-tre chilometri fra Casilina e una piccola strada interpoderale giungiamo a destinazione: l’azienda CORTE DEI PAPI ci “appare” con ben tre casali ed alcuni ettari di magnifici vigneti tutt’intorno.

Appena usciti  dall’auto,  viene incontro con uno splendido sorriso, Giulia Di Cosimo, una ragazza di 27 anni, figlia del proprietario dell’azienda  Antonio.

(Giulia Di Cosimo)

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Credetemi non per piaggeria ma rare volte ho visto in vita mia unite nella stessa persona giovinezza, cultura, maturità e modestia: ne sono sicuro, di questa ragazza sentiremo parlare in futuro, e comunque ancora una volta le donne del vino confermano, se ve ne fosse bisogno, che hanno una marcia in più degli uomini. Entriamo subito in confidenza, ci presentiamo con le rispettive “storie”, mentre Massimo dopo avermi, come al solito, preso un po’ in giro, se ne va a zonzo per i vigneti fotografando di qua e di là.

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Visitiamo la cantina, grande e modernissima, ricavata  all’interno di un vecchio ovile, e Giulia spiega e mostra, con dovizia di particolari, l’intero procedimento del “fare vino”: dalla raccolta delle uve all’affinamento nelle varie tipologie di botti sino all’imbottigliamento. Andiamo poi a visitare le vigne, molto belle e tutt’intorno ai casali. I vitigni utilizzati sono, ovviamente, il cesanese di Affile e la passerina, ma anche piccole porzioni di sauvignon e pinot noir, quest’ultimo utilizzato, in unione con il cesanese, per un “tentativo” di realizzare uno spumante metodo classico.

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Dopo la visita in cantina e la passeggiata in vigna ci rechiamo dentro un grande stanzone, al piano terra, dell’antico casale di Colletonno, adibito a “sala degustazione”.

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Giulia, da brava padrona di casa, ci fa assaggiare uno dietro l’altro, fatta eccezione per lo spumante, due  “bianchi”, una passerina del frusinate in purezza ed un altro con uve sauvignon e passerina, e ben tre rossi. Troviamo tutti i vini molto interessanti, e soprattutto potenti, il cru dell’azienda, il S. Magno arriva a 15 gradi di alcol. Le colline sono assolate e in questi ultimi anni le estati sono state particolarmente calde, i vini non possono che essere ricchi di zuccheri e quindi di alcol. Compro alcune bottiglie e Giulia, con cortesia e generosità, mi regala lo spumante verso il quale le aspettative sono elevate, tanto che  desidera  quanto prima sapere il mio “giudizio” in proposito, neanche fossi Veronelli.

Ci salutiamo calorosamente con la promessa di rivederci, magari ad Orvieto, città che amo particolarmente, dove la sua famiglia ha un altro possedimento con vigne e oliveti.

Partiamo per raggiungere l’altra azienda ma prima, data l’ora  (13.30), decidiamo di andare a mangiare in un altro casale a circa 4 km, lungo la Casilina, consigliato da Giulia.

Ottimi antipasti a base di pesce e ortaggi, saltiamo i primi e andiamo sui secondi, scegliamo di prendere un classico: rombo al forno con patate novelle e olive di Gaeta. Tutto molto buono ed altrettanto il servizio, gentile e di rara professionalità.

Antico Casale della Noce è un indirizzo  che non dimenticheremo e che consigliamo a tutti coloro in giro tra queste splendide colline della Ciociaria.

Sono ormai le 15.00 e decidiamo di partire per andare al CASALE VERDE LUNA. Fatto un tratto di Casilina prendiamo la statale 155 direzione Fiuggi che abbandoniamo dopo qualche chilometro seguendo una strada provinciale in direzione Piglio. Paesaggi splendidi nonostante la giornata uggiosa, come direbbe Battisti, ancora un paio di chilometri e svoltiamo sulla sinistra dove su un colle in posizione panoramica si erge il CASALE VERDE LUNA.

Parcheggiamo la macchina davanti l’entrata di una probabile sala degustazione. Passano pochi  secondi e dietro di noi appare l’auto di Lino Nardone,  proprietario del CASALE VERDE LUNA.

(Lino Nardone)

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Ci accoglie in “tuta da lavoro”, cordiale e alla mano,  tiene subito ad evidenziare che non è del mestiere o, per meglio dire, che il mondo del vino e dell’agricoltura non è stato sempre il suo mondo ma che, in verità, per molti anni è stato un professionista in ambito finanziario-commerciale. Rimango un po’ sorpreso, non perché siano pochi coloro che dopo un’attività professionistica di rilievo si siano cimentati e si cimentino, soprattutto per passione, in ambito vitivinicolo, ma perché sembrava esattamente il contrario. Ciò significa che la passione quando è vera trasforma le persone, internamente e esternamente.

entrata casale

Facciamo un giro intorno al casale e dopo aver visto le vigne, entriamo dentro il casale:  sale da pranzo, cantine, sala di degustazione, cucina, ecc. tutto molto rustico ma curato e gradevole.

vigna casale

Lino tiene a sottolineare che la produzione è estremamente limitata ad alcune migliaia di bottiglie di Cesanese del Piglio. Ne porta alcune di varie annate e tipologia. Assaggiamo: vino indiscutibilmente buono e noto, favorevolmente, che i vini non possiedono un elevato grado alcolico, ormai una costante di quasi tutti i cesanese del Piglio, costante che a lungo andare potrebbe essere deleteria, soprattutto dal punto di vista commerciale.

Lino, nel confermare che l’annata 2015 sarà una delle migliori, ci parla dei suoi progetti, delle consuete difficoltà dei piccoli produttori, del desiderio di aumentare la produzione, vorremmo parlare di tante altre cose ma si fa buio e il tempo non promette nulla di buono. Compriamo qualche bottiglia e ci salutiamo: al prossimo anno.

Riprendiamo la macchina e nel ritornare verso Roma, percorrendo la Via Prenestina, osservo nuovamente compiaciuto la bellezza delle colline ciociare al tramonto. Alla prossima.

DEGUSTAZIONE – Note a margine

Azienda CASALE VERDE LUNA, vino: Cesanese del Piglio “Othello”, annata 2010, 13% di alcol, rosso granato trasparente, di media intensità e complessità all’olfattiva, in evidenza ciliegia e rosa rossa, pepe nero immancabile, finale di cacao amaro, buono alla gustativa con le parti morbide e dure in equilibrio, abbastanza persistente, voto: 84. Secondo vino: Cesanese del Piglio Superiore “Antigua”, annata 2010, 13,5% di alcol, rosso rubino con unghia granata, intenso e complesso all’olfattiva, in evidenza prugna, viola, pepe, cannella e cioccolato, molto buono alla gustativa in rilievo la sapidità e la bassa tannicità, persistente, voto: 86.

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Dell’azienda CORTE DEI PAPI, parlerò solo di un vino: Cesanese del Piglio “San Magno”, annata 2013, 14,5% di alcol, colore rosso rubino con unghia granata, consistente, complesso e fine all’olfattiva dove emerge la frutta rossa in confettura (ciliegia e lampone), rosa rossa, pepe nero, orzo tostato e caffè, cioccolato fondente, e una nota assai fine di tabacco da pipa. Alla gustativa mostra come quasi tutti i cesanese del Piglio la sua robusta struttura, vino molto buono e già equilibrato, persistente, ma deve dare ancora il meglio di sé. Sui confini dell’eccellenza, voto: 90.

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Sesto viaggio: ad Anagni ancora, fra i profumi delle colline ciociare

Oggi 23 gennaio 2016, insieme a mia moglie, di nuovo a zonzo per le colline ciociare e precisamente in quel di Anagni, la città dei papi, per visitare una delle cantine più conosciute del Cesanese del Piglio, ovvero CASALE DELLA IORIA.

Non è stato facile avere questo appuntamento dati i numerosi impegni di lavoro che il proprietario dell’azienda, nonché presidente del consorzio, Paolo Perinelli deve adempiere sia come produttore di vino sia come ingegnere, ma alla fine la mia costanza è stata premiata.

(Paolo Perinelli)

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La giornata non si è presentata nel migliore dei modi: è fredda e soprattutto è umida. Nelle vallate, fra una collina e l’altra, ci sono banchi di nebbia tanto fitti quanto improvvisi. Odio la nebbia, un motivo in più per andare piano in autostrada. Esco al casello di Anagni-Fiuggi in netto anticipo rispetto  all’orario previsto,  facilitato dal dissolversi della nebbia ne approfitto per fare un giro nella campagna anagnina,  osservando con piacere che fattorie e animali  non mancano: pecore, cavalli, asini, galline, oche……..E’ un tuffo nel passato, ricordi felici dell’infanzia per fortuna mai sopiti…..ma tra una fantasia e l’altra giungo davanti il cancello del casale, guardo l’orologio, sono di poco ancora in anticipo, esco dalla macchina, mi sgranchisco le gambe, fa ancora freddo e Maria preferisce rimanere dentro.

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Tutto intorno è silenzio, a volte interrotto dal latrare dei cani dei cacciatori, faccio alcuni passi per osservare, al di là del cancello,  la vigna, molto giovane,  e gli alberi da frutta che la precedono, i profumi della campagna cominciano a salire dalla terra mano a mano  il  sole dirada la nebbia, mancano ancora una manciata di minuti e difatti di lì a poco giunge a bordo di una Range Rover Paolo Perinelli, anche lui accompagnato dalla gentile moglie Marina. Dopo l’apertura del cancello entriamo con le rispettive macchine per sostare davanti il casale, sotto un imponente leccio, non a caso simbolo dell’azienda  riportato su ogni etichetta dei vini.

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Con Paolo parliamo subito di vigne, di sistemi di allevamento, della tipologia e composizione del terreno, a quanto pare assai varia, dall’argilla al calcare, dal tufo al ferro, che ovviamente non può non riflettersi sul prodotto finale. Paolo tiene molto a precisare che il lavoro fondamentale è in vigna, dove si seguono procedimenti il più possibile naturali e biologici senza l’uso di prodotti chimici che possano alterare l’ambiente. Peraltro devo sottolineare che questa procedura sta diventando la procedura standard, e ciò è ovviamente un bene. Tuttavia non viene per nulla trascurata la parte rimanente del lavoro, ossia quanto fare e cosa adoperare in cantina. Entriamo e osservo quel che ho già visto in quasi tutte le cantine: grossi “recipienti” di acciaio all’inizio per finire con diverse file di barrique o botti grandi di rovere di Slavonia. Paolo sottolinea, con orgoglio, che alcuni di questi “recipienti” dove si effettuano le follature sono stati progettati da lui stesso e costruiti da un’azienda italiana di Treviso. Nel prossimo futuro  costruirà una cantina più grande per essere in grado di lavorare una quantità maggiore di uve e, di conseguenza, produrre una quantità di bottiglie di vino nettamente superiore all’attuale. Dopo la visita alla cantina,  con le rispettive consorti, saliamo delle scale per entrare in una sala di degustazione dove si apre un gustoso dibattito fatto di vita quotidiana, attualità socio-economica e, ovviamente, di vini. Prima di comprarne alcuni ne assaggiamo  due: un cesanese e un altro tanto interessante quanto sconosciuto detto olivella.

Di quest’ultimo Paolo è particolarmente orgoglioso, lo considera una sua ri-scoperta. A quanto pare  ne erano rimasti solo alcune filari in possesso di  amici contadini. Parliamo chiaro: non è un vino di grandi pretese, un “vinone” come si suol dire, ma un ottimo vino glu-glu rosso, di questi tempi una tipologia assai rara e che potrebbe andare incontro ad una domanda da parte dei giovani e delle donne, essendo meno “impegnativi” e a portata di “saccoccia”. Dopo l’acquisto delle bottiglie e fatto alcune fotografie ci salutiamo. Ora ci aspetta Anagni con la sua meravigliosa cattedrale. Alla prossima.

DEGUSTAZIONE: – Note a margine

Cesanese del Piglio Torre del Piano Riserva 2012, gr.14,5%, granato classico, frutta rossa in confettura (ciliegia e fragola), rosa e violetta, cioccolato e pepe nero, nota minerale (ferro), rabarbaro. Alla gustativa esprime tutta la sua potenza ma in totale equilibrio fra le parti morbide e dure. Intenso e persistente, ai limiti dell’eccellenza, voto: 89.

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Settimo viaggio: Anagni, sino all’ultima collina “papalina”

6 febbraio 2016, dopo oltre due mesi di tentativi andati a vuoto riesco ad avere un appuntamento con  Anton Maria Coletti Conti, proprietario dell’omonima azienda  COLETTI CONTI, tra la più note  che producono il Cesanese del Piglio. In tutto questo tempo il desiderio di conoscere l’azienda e i suoi vini erano pari a quello di conoscere il proprietario. Ogni volta che riuscivo a parlargli le battute piene di humor e  le conseguenti risate accrescevano la voglia di incontrarlo, anche perché sentivo che ero di fronte ad un personaggio assai particolare, oltre che estremamente simpatico.

L’appuntamento è per le 10.00, davanti l’albergo Le Rose, qualche centinaio di metri dopo l’uscita dal casello Anagni-Fiuggi dell’autostrada Roma-Napoli. Come al solito arrivo una decina di minuti in anticipo, Antonello, così si presenta accettando subito la mia predisposizione naturale al tu, arriva puntualissimo a bordo di una Jeep bianca. Dopo i saluti mi invita a seguirlo per andare in azienda, un casale distante circa uno-due chilometri, su una strada che dopo alcune centinaia di metri abbandona l’asfalto per diventare una classica strada di campagna, sterrata, con avvallamenti, buche e quant’altro. Procedo lentamente, la mia macchina non è una Jeep ma così posso osservare con attenzione le vigne tutte intorno; belle, ordinate,  distese su dolci e morbide colline. Queste sono le colline più basse del Cesanese, nel senso dell’altimetria, non penso  superino i 200 m.s.m.

Dopo alcuni minuti giungiamo al casale:  niente di speciale, direi piuttosto disadorno, fatta la debita eccezione per alcuni bellissimi cedri che lo precedono lungo la via. Questo aspetto, intendo il “disadorno”, è una caratteristica nel mondo del cesanese e probabilmente della campagna ciociara, sembra quasi ricercata, in buona sostanza nulla di più lontano dai casali e dalle tenute della Toscana.

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Mai come in questa occasione vale il detto l’abito non fa il monaco, perché se non vi è alcuna ricercatezza di stile vi è invece, al contrario, una superba caparbietà di dimostrare il valore e la qualità del vino attraverso la conoscenza e l’applicazione di metodi e  criteri all’avanguardia della vitivinicoltura: Antonello ne è uno degli “esempi” migliori.

Scendiamo dalla macchina, Antonello ci attende di fronte l’entrata della cantina, lo guardo attentamente e trovo impressionante la somiglianza con Robin Williams: glielo dico e annuisce dicendomi che non sono il primo a notarlo.

(Antonello Coletti Conti)

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In men che non si dica si incomincia a parlare dell’azienda, della sua follia (per me benedetta) di diventare vitivinicoltore poco più di dieci anni fa, delle solite problematiche e difficoltà che spesso gli fanno pensare di smetterla (burocrazia soffocante, tasse, scarsità di personale ecc. ecc.) e, come sempre ho fatto in precedenza, sottolineo che al di là delle negatività, che indubbiamente esistono, lui e gli altri fanno il lavoro più bello del mondo. Mi guarda come se fossi matto con al seguito alcune battute fulminanti che  rendono ancor più esplicita la somiglianza con il grande Robin Williams.

Si continua parlando del più e del meno, come sempre è avvenuto, il che rende questi incontri tanto piacevoli quanto stimolanti. Antonello parla della sua passione per la musica:  Pink Floyd,  Beatles,  Mozart, chi può dargli torto. Rimango, peraltro, sbigottito e divertito dal suo proclamarsi “papalino”, tifoso dell’”ancien regime”, insomma dello Stato della Chiesa. D’altronde Anagni è la citta dei papi avendo dati i natali a Bonifacio VIII, Innocenzo III, Alessandro IV e Gregorio IX. Il sottoscritto è un “devoto”  del Risorgimento e della Resistenza e in altri tempi avrei discusso, piuttosto animatamente, con Antonello, ma ora complice l’età e la fine delle illusioni, tutto mi appare quasi “normale”, “naturale”, insomma accettare l’altro anche quando è assolutamente diverso da te. Ovviamente sono facilitato dalla leggerezza e dalla sagacia di Antonello, condite  da un’ironia di fondo da fare invidia al Robin Williams originale.

Quando si entra in  cantina, però, avviene un’autentica trasformazione nel linguaggio e nell’espressione facciale da parte di Antonello. Qui entra in campo il vigneron, un vigneron preparato e consapevole di tutto ciò che riguardi il vino, le sue fasi produttive, dalla vigna alla bottiglia, sono esplicitate con chiarezza, nulla sfugge alla sua disamina, attenta ed esaustiva. Si passa, infine, alla degustazione dei vini, annata 2015 (una grande annata ma diciamolo sottovoce), naturalmente non ancora in bottiglia e, quindi, presi direttamente  dalle botti.

I vini sono cinque: due bianchi e tre rossi. Tutti vini in divenire e già incredibilmente buoni. Il primo è una passerina, vino-vitigno quasi “odiato” da Antonello,  che da subito mi appare come la migliore versione mai assaggiata. Antonello mi spiega l’arcano: non amando questo vitigno ha profittato di una “concessione” del disciplinare della doc Passerina del Frusinate, ossia la possibilità di utilizzare un 15% di altre uve a bacca bianca (malvasia puntinata, greco, ecc), al fine di  “migliorare”  le qualità organolettiche. Obiettivo pienamente raggiunto, a quanto pare una volta tanto un disciplinare lungimirante !

Gli faccio i miei complimenti ma si schernisce dicendo che è semplicemente “molto fortunato”. Passiamo al secondo vino, e qui viene il bello. Immaginavo il solito chardonnay o sauvignon, al massimo una malvasia puntinata in purezza: nulla di tutto questo o di immaginabile. Antonello da attore consumato (ormai si può dire) mi racconta una breve storia famigliare, di un suo antenato enologo, diplomato alla Scuola Enologica di Conegliano, allievo e amico del Prof. Luigi Manzoni, creatore del famoso incrocio manzoni (riesling renano +  pinot bianco).

Ebbene il secondo vino è un incrocio manzoni !!

Inebetito è dir poco ma ancor di più lo sono dopo averlo assaggiato: impressionante, stupendo, un uragano di profumi tropicali, rosa gialla e mimosa, enorme struttura (oltre il 15% di alcol), grasso e vellutato come un passito siciliano ma fresco come un bianco altoatesino (chissà, forse la mia idea di un riesling renano in quel di Affile non è poi così peregrina !). Esterno le mie impressioni e valutazioni, Antonello ancora una volta sottolinea la “sua fortuna”, ma non mi convince affatto: questo è acume e intelligenza fors’anche condite con un po’ di fortuna. Inutile dire o quasi degli altri tre rossi: due cesanese e un blend bordolese (Hernicus, Romanico e Cosmato), semplicemente ottimi, vini che viaggiano intorno ai 90 punti (metodo AIS) già dentro la barrique, figuriamoci dopo.

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Chiedo ad Antonello se può vendermi delle bottiglie, risponde negativamente poiché non ritiene all’altezza della qualità che esige dai suoi vini le annate 2013 e 2014.

Ebbene che dire: i tuoi vini, caro Antonello, meritano una corona “da papa”. Non vedo l’ora di poter assaggiare l’annata 2015, dovrò attendere minimo un anno per i bianchi e forse due per i rossi: attenderò paziente !

Abbraccio e  saluto Antonello, gli rinnovo i miei complimenti e   lo sguardo va nuovamente alle colline intorno e il pensiero a tutte le facce da cesanese sin qui incontrate.

 (io con Antonello)

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A Michael, Riccardo, Fabio, Luciano, Damiano, Alberto, Francesca e Flavio, Ferdinando, Franco, Luca, Giulia, Pina e Giovanni, Paolo e Marina, e last but not least Antonello un immenso grazie per avermi rallegrato con la loro umanità e arricchito con la loro esperienza e, soprattutto, fatto godere della bontà dei loro vini.

Lunga vita al Cesanese!

Alla salute, fratelli.

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