La disfida del Salento: Negroamaro contro Primitivo

La disfida del Salento: Negroamaro contro Primitivo

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Il miracolo del vino consiste nel rendere l’uomo ciò che non dovrebbe mai cessare di essere: amico dell’uomo.”

(E. Engel)

Confesso che sino a pochi anni fa non avevo alcuna considerazione dei vini pugliesi, anzi proprio il contrario. Decenni e decenni di produzione di vini ricchi solo di colore e alcol e null’altro – tanto da essere i vini da taglio e/o mosti concentrati  preferiti  nel Nord d’Italia per incrementare e sostenere nelle “brutte annate” vini di struttura complessivamente debole -, li hanno resi ai miei occhi, e ciò che più conta alle mie papille e al mio naso,  vini sostanzialmente mediocri.

Ma, in questi ultimi anni forse un decennio, sono stato, credo insieme a molti altri appassionati di vino, spettatore meravigliato dal recupero, in termini puramente qualitativi, dei vini pugliesi e ciò grazie ad un duro lavoro di “riqualificazione” intrapreso da una serie di nuovi produttori, a volte semplicemente dalle nuove generazioni,  che hanno collocato l’obiettivo della qualità al primo posto senza se e senza ma.

Fin quando lo Stato  produrrà leggi  come l’obbligo di usare i mosti concentrati insieme al divieto di utilizzare il comune zucchero – al fine, puramente politico-commerciale, di  “smaltire” milioni di ettolitri di vino scadente -, non riuscirà mai ad incentivare  una produzione di vino legata alla qualità. Certamente non vi è stata   solo  la “volontà”  dello Stato nel “salmodiare” un de profundis al vino pugliese, molto hanno contribuito le lobbies dei grandi proprietari latifondisti, una generale e diffusa ignoranza sull’argomento alimentata dall’esigenza di produrre grandi quantità di vino a buon mercato per le masse e, non ultimo,  il “solito” coraggio degli intellettuali italiani.

Ciò nonostante vi furono voci fuori dal coro, fra queste quella del  grande Mario Soldati, che nel bellissimo e inimitabile “Vino al vino”, all’inizio degli anni ’70 del secolo passato, denunciò in modo chiarissimo questo abbaglio (*) del legislatore italiano.

La legge non è tutt’ora cambiata ma, per nostra grande fortuna, sono cambiati i produttori e soprattutto è cambiata la loro mentalità che ha permesso al vino pugliese di risalire velocemente la china. A scanso di equivoci è bene dire che una rondine non fa primavera, ovvero questo aumento notevole della qualità interessa ancora una minoranza dei vini pugliesi, tuttavia questa “minoranza” ha tracciato una strada, un percorso che speriamo irreversibile e soprattutto al più presto seguito dalla “maggioranza”.

Il nostro articolo sul vino pugliese si concentra su due vitigni a bacca rossa, e precisamente sul primitivo e il negroamaro,  i due vitigni più importanti del Salento, a sua volta la zona più vocata della Puglia per il vino.

SALENTO ANTICO

Il primitivo è diffuso in tutto il Salento ma ha trovato come zona di elezione  la provincia di Taranto e in primis  Manduria, riconosciuta DOC nel 1974 e DOCG dal 2011 per la versione “dolce naturale” (!!!). L’origine del nome è legata alla caratteristica di quest’uva di maturare precocemente, in genere nella prima decade di settembre, in buona sostanza un’autentica “primizia” (dal latino primitiae = per primo). Nota ormai è la sua stretta parentela con il più famoso vitigno californiano, lo zinfandel, il quale fu portato (a quanto pare ma con beneficio di inventario) in quei luoghi da un emigrante di Gioia del Colle. Sempre secondo gli storici e gli appassionati di ampelografia il suo luogo di origine, in realtà, sarebbe da trovare sulle coste della Dalmazia e della Croazia, e in seguito  portato in Puglia dall’antico popolo degli Illiri.

PRIMITIVO

La sua produttività, pur non essendo costante, è elevata, probabilmente una delle ragioni, oltre alla intensità del colore e alla forte struttura complessiva dei vini che ne derivano, che ha fatto la sua “fortuna” come vino da taglio. Ma il cambiamento in atto di cui sopra parlato, concretizzatosi nel ritorno alla forma di allevamento tradizionale, l’alberello pugliese, con l’abbassamento drastico delle rese per ettaro e l’utilizzo delle tecniche più raffinate della moderna enologia, ha portato alla realizzazione di vini di alta qualità e spiccata personalità molto apprezzati sia dalla critica che dagli appassionati.

VIGNA PRIMITIVO

Il negroamaro è il vitigno più diffuso del Salento, conosciuto anche con altri nomi come  uva cane, nero leccese, jonico, ecc.

NEGROAMARO

L’epoca di maturazione, all’opposto del primitivo, non è precoce, si parla di fine settembre-inizio ottobre, l’acino è piuttosto grosso, con buccia consistente e pruinosa, di colore nero-violaceo, si adatta ad ogni tipo di terreno preferendo quelli calcareo-argillosi e i climi caldi, la produttività è abbondante al pari del suo “fratello salentino” e come lui questa caratteristica lo ha predestinato a produrre vini da taglio. Per sua e nostra fortuna, i produttori che hanno scelto questo vitigno si sono votati, come quelli del primitivo, in numero non ancora consistente ma in continuo aumento, alla qualità del vino con tutto ciò che ne consegue.

VIGNA NEGROAMARO

I vini che ho scelto sono sei, considerati in quasi tutte le riviste e guide dei vini i migliori rappresentanti fra i negroamaro e i primitivo, sono tutti in purezza in modo da esaltare ognuno le proprie caratteristiche specifiche ma di annate diverse. Queste sono le mie valutazioni.

Graticciaia 2008 (igt) di AGRICOLE VALLONE,  (negroamaro), gr.14,5%, vigne ad alberello. In questo caso si è scelto di produrre un vino seguendo la tecnica produttiva degli  amarone della valpolicella:  i grappoli di uva dopo la maturazione e un’attenta cernita, sono raccolti è lasciati ad appassire sui graticci (da cui deriva il nome) dopodiché passano alla vinificazione. La temperatura del mosto è attentamente seguita e controllata durante il processo della fermentazione, segue un affinamento di circa 1 anno in barrique. Il risultato è un vino dal colore rosso rubino scuro tendente al granato in cui i profumi di  frutta matura rossa e nera e le spezie dolci la fanno da padrone con un elegante finale balsamico. Tannini setosi. Vino eccellente.

GRATICCIAIA

Visellio 2010 (igt) di TENUTE RUBINO, (primitivo), gr.15,5%. Booom !!! Che dire ? E’ un autentico pugno agli occhi, al naso e al resto. Primitivo nel puro senso aggettivale, lascia storditi tutti i sensi, vino “esagerato” nel rispetto di quelle che sono le specificità del vitigno. Per nostra fortuna la barrique, almeno in questo caso, aiuta notevolmente ad ottenere un risultato finale adeguato poiché riequilibra questa potenza eccessiva donandoci un vino  pregevole  dal punto di vista olfattivo ( confettura di frutta nera,  viola appassita e un delizioso tabacco) unito ad un spettacolare e cupissimo rubino per finire alla gustativa con un “masticabile” boero. Vino eccellente.

VISELLIO

Patriglione 2007 (igt) di COSIMO TAURINO, (negroamaro), gr. 14,5%, vino che ormai rappresenta un “classico”, un punto di riferimento per i vini a base negroamaro. Vino profondamente mediterraneo nei profumi e nei sapori che ricorda in qualche modo i carignano del sulcis, mirabile l’equilibrio gustativo, prodigiosa l’olfattiva dove sono presenti frutta rossa sottospirito e spezie a volontà con finale balsamico. Vino eccellente.

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Primitivo di Manduria 60 anni 2009 (doc) di FEUDI S.MARZANO, (primitivo), gr. 14,5%, vino  elegante, profumato (frutta in confettura, spezie a iosa, sentori di tostato) e saporito,  1 anno di barrique gli dona un perfetto equilibrio nella struttura. Vino fra l’ottimo e l’eccellente.

SESSANTANNI

Le Braci 2006 (igt) di AZIENDA MONACI,  (negroamaro), gr. 14,5%, un bel bere, vino curato in cui non si può non notare la “mano” di un grande dell’enologia salentina, Severino Garofalo. Vino mediterraneo tout court (erbe aromatiche in primis) con sensazioni minerali in bella evidenza, gustoso e persistente alla gustativa dove emergono tannini setosi. Vino fra l’ottimo e l’eccellente.

Le Braci 2006

Primitivo di Manduria ES 2010 (doc) di GIANFRANCO FINO, (primitivo), gr. 16,5%,vino più unico che raro che riflette totalmente la personalità del produttore, Gianfranco Fino, vino estremo all’ennesima potenza  già nel nome esplicitato,infatti ES è inteso in senso freudiano come istinto e passione sfrenata, senza logica alcuna, così almeno viene riportato sul sito web. Ma non ne siamo affatto convinti. In realtà dietro questo vino c’è ragione e intelligenza oltre, senza alcun dubbio, una grandissima passione. Nulla è lasciato al caso: uso dell’alberello come forma di allevamento (classico e tradizionale per il primitivo), il cavallo in vigna al posto della motozappa, utilizzo minimale di prodotti chimici,  bassissime rese, cernita delle uve, pigiatura soffice, barrique ecc. Siamo di fonte ad un grande vino, di quelli che fanno parlare, di quelli che dividono nettamente fra sostenitori e denigratori. Non mi soffermo sull’analisi organolettica, obbiettivamente notevole, posso solo dire di giudicare ES un vino eccellente, non tanto o non solo per le sue intrinseche qualità quanto per la sua unicità nel panorama della viticoltura pugliese.

ES

Chi vince la disfida ? E’ veramente molto duro dare un giudizio netto e drastico. Vediamo di cavarcela. Diciamo che se si punta più di ogni altra cosa all’equilibrio e all’armonia la vittoria spetta ai negroamaro, se invece si punta all’originalità, alla diversità finanche all’esagerazione allora la vittoria è senza dubbio dei primitivo.

Dovendo scegliere un  campione con la consapevolezza di fare torto a tutti gli altri campioni, do un punticino in più al Visellio di TENUTE RUBINO, per un semplice motivo: è l’unico che ha cercato di unire le caratteristiche del primitivo con quelle del negroamaro. Tutti, comunque, meritano il massimo della lode per le etichette: bellissime.

Nella speranza di trovare in futuro nuovi epigoni all’altezza di questi sei campioni, mi “accontento” per ora della fortuna di poterli bere.

Alla salute, fratelli.

(*)  (da “Vino al vino”, M.Soldati, ed. Mondadori, 2006, pgg.236-7) “…i giornali, dicono che, ammettendo lo zuccheraggio dei vini (per aumentare il grado alcolico) nelle altre nazioni, e nella nostra proibendolo e confermando così la nostra antica legge, l’accordo ha salvato la vinicoltura della Sicilia e delle Puglie. I competenti, o almeno quasi tutti i competenti, dicono la stessa cosa. E niente potrebbe essere più falso. Perché lo zuccheraggio è assolutamente innocuo e, in certi casi, per certi vini, indispensabile: non danneggia in nessun modo il vino, non ne cambia il gusto né la qualità: solo, aumenta il grado alcolico. Laddove il taglio, il famigerato taglio, e cioè l’introduzione di zucchero attraverso mosti o vini meridionali (più dolci e quindi in grado di sviluppare più alcol) modifica irrimediabilmente il sapore, la fragranza, l’aroma e in una parola il carattere dei vini leggeri dell’Italia del Nord, distruggendo tutta la loro originale delicatezza, e invadendoli con quel gusto bruciato, affocato, catramoso, che non è gradevole, non è sano e (questo è il più bello) non è nemmeno caratteristico dei vini meridionali in se stessi (che, così, vengono ingiustamente calunniati), ma solo dei vini meridionali quando le uve sono state lasciate maturare troppo a lungo”.

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