Vulture: un vulcano, un poeta, un vino

Vulture: un vulcano, un poeta, un vino

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“Una delle peggiori tragedie dell’umanità è quella di rimandare il momento di cominciare a vivere. Sogniamo tutti giardini incantati al di là dell’orizzonte, invece di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre.”

“Non chiedere, non è concesso saperlo, Leuconoe, il destino che a me e a te hanno dato gli dei… Sii saggia, filtra il vino e tronca nel breve spazio le troppe lunghe speranze…Mentre stiamo parlando, il tempo invidioso sarà già fuggito. Cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel futuro.”

“Non piacciono a lungo né vivono le poesie scritte da chi beve solo acqua”

(Orazio)

 

Ormai son vent’anni quando per la prima volta in vita mia ho fatto un viaggio in Basilicata, l’antica Lucania, nome  che, peraltro, preferisco di gran lunga. I motivi del viaggio non avevano nulla a che fare con la mia eterna passione per il vino ma, non starò qui a specificare come e perché, fu così importante da darmi la mia unica figlia.

L’occasione fu oltremodo istruttiva perché mi permise di conoscere la regione, i  suoi abitanti e…l’Aglianico del Vulture.

La prima cosa che balza agli occhi dei lucani, oltra alla indubitabile “appartenenza” agli usi e ai costumi dei popoli meridionali, è  ciò che, in realtà, li differenzia dagli stessi.

Questa differenza  la ritrovo nella quasi assoluta “mancanza di esuberanza”, così tipica di  altre popolazioni meridionali,  insomma trovo nella moderazione, nel riserbo e nella “compostezza”, quasi nell’ “amore per il  silenzio”  il tratto distintivo dei lucani.

Ritornando al viaggio di 20 anni fa ricordo con emozione il mio primo incontro con l’Aglianico del Vulture. Eravamo in un grazioso ristorante nel centro della città di Potenza, dove notai con piacere che ci fu data una carta dei vini, cosa rara e direi quasi unica allora nel sud d’Italia, e parte alcuni vini di nomea nazionale, ossia Chianti, Brunello e Barbera, vi erano inserite alcune etichette di Aglianico del Vulture.

Ne avevo sentito parlare ma mai avevo avuto l’occasione, prima di allora, di berne un goccio. La mia inesauribile curiosità mi spinse subito a sceglierlo  per abbinarlo con piatti tipici della regione, a base di carne  e  formaggi stagionati (squisiti !). Non ricordo l’etichetta, era il più costoso, e mi fu decantato e presentato (da allora un dire comune) come il “Barolo del Sud”.

Sorrisi un po’, il paragone mi sembrava “blasfemo”, insomma una sorta di “lesa maestà”.

Mi dovetti ricredere. Ovviamente non intendo mettere sullo stesso livello il Barolo e l’Aglianico, e chi lo fa non sa quel che dice, ma certamente il paragone non aveva nulla di blasfemo. Comunque sia o la si voglia pensare, per la prima volta in vita mia assaggiai un vino del Sud che aveva tutti gli attributi per confrontarsi con i migliori vini del Nord  e  del Centro Italia.

Ciò che lo contraddistingueva (e lo contraddistingue) da altri importanti vini del Sud è questa sua, oserei dire, quasi naturale tendenza all’equilibrio, all’armonia di tutte le sue componenti. Spesso ho osservato nei vini meridionali una sorta di  “squilibrio strutturale”,  ad esempio fra l’aspetto olfattivo e quello gustativo, che lascia a volte interdetti.

Fortunatamente negli ultimi anni questa tendenza è diminuita notevolmente, altri importanti vini del Sud hanno nell’equilibrio e nell’eleganza la loro forza d’attrazione, penso fra i tanti soprattutto ai vini rossi dell’Etna, guarda caso un altro vino “vulcanico”.

Da quel lontano 1997 ne è passata di acqua sotto i ponti, e l’Aglianico del Vulture è diventato, senza ombra di dubbio, uno dei rossi più apprezzati d’Italia ed anche fuori d’Italia. Una qualità organolettica così elevata che ha portato al riconoscimento della DOCG , attraverso un disciplinare di produzione, approvato nel 2010, estremamente  rigido e selettivo al pari di altri disciplinari di vini blasonati come il Barolo o il Brunello di Montalcino.

Il Vulture è un’area geografica e storica del nord della Basilicata, posta nella intersezione del confine tra la Puglia e la Campania , in cui domina il profilo del vulcano spento (anche se a livello scientifico non può definirsi ancora tale)  del Vulture (m.s.m. 1.326).

In quest’area vi sono molti comuni fra i quali Melfi, Barile, Rionero, Venosa, Ripacandida, alcuni  di lingua albanese come Ginestra. L’area supera complessivamente 50.000 ettari, composta da rilievi collinari fra i 400 e gli 800 metri, e due piccoli laghi detti di Monticchio, di origine vulcanica, formatisi all’interno di due crateri spenti.

Il clima è prettamente continentale con inverni piuttosto freddi ed estati calde e ventilate, ma la variabilità del clima  è una “costante”, scusate l’ossimoro, influenzata com’è dalla latitudine e dall’altitudine: più si sale più il clima è freddo, con cadute abbondanti di neve durante l’inverno, ovviamente il contrario scendendo,  dove l’estate, addirittura,  può essere torrida (Valle dell’Ofanto).

Pur non essendo un’area vastissima, le particolari condizioni pedoclimatiche la rendono una zona particolarmente ricca di bio-diversità. Nella parte orientale, influenzata dai venti caldi dell’Adriatico, trova sviluppo la coltivazione della vite, dell’olivo e in genere della frutta. La parte occidentale, all’opposto, dove il clima è rigido,  la coltivazione dei cereali è maggiormente praticata.

Nelle zone più alte, fra i 500 e i 700 metri, quindi vicino alle aree boschive in cui dominano  castagni e faggi, si trovano orti e prati indicati per la pastorizia.

Il turismo nel Vulture è prettamente naturalistico,  il trekking, la mountain-bike e il bird-watching vengono praticati da centinaia di persone, grazie  alla presenza di boschi, rilievi montuosi, percorsi vari, torrenti e laghetti che, fra l’altro, offrono un habitat ideale per numerose specie di animali, fra i quali il lupo e l’aquila.

Non di meno, dal punto di vista culturale, il Vulture è un luogo di castelli, fortezze e chiese di rilevante importanza storica e artistica.

Fuor di dubbio l’epoca che ha segnato in modo indelebile questa area  geografica  è  legata alla figura  dell’imperatore Federico II, ne è esempio imperituro il castello di Melfi.

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Tuttavia, mia personale opinione, la figura storica e culturale che più di ogni altra rappresenta questo territorio è il grande poeta latino Orazio, nativo di Venosa. Poeta epicureo a suo modo, dove il desiderio della felicità e la brama di vivere coabitavano con una visione senza speranza nel futuro: “unico rimedio” rimaneva   la poesia e il  convivio  possibilmente  allietato da buon vino.

In Orazio troviamo alcuni caratteri distintivi dell’italiano del Sud: l’amore per la vita e il disincanto nei confronti della stessa, il culto della bellezza e la presenza latente della morte. Tra le “positività” della sua visione, oltremodo malinconica e pessimista, vi era il culto del vino come “ambasciatore” privilegiato del sentimento più grande e veritiero fra gli uomini: l’amicizia.

L’Aglianico del Vulture è il grande vino della terra di Orazio, un grande vino dal cuore antichissimo. L’aglianico è, con molta probabilità, il più antico dei vitigni a bacca rossa presenti in Italia, di sicura discendenza greca e secondo le più recenti ricerche ampelografiche  imparentato con gran parte dei vitigni più nobili d’Italia.

L’aglianico è un vitigno “adattabile” ma preferisce di gran lunga i terreni vulcanici e calcareo-argillosi; è sensibile alla siccità e alla peronospera ma sopporta bene il freddo.

I vini che si ottengono hanno, in giovinezza, colore rosso rubino profondo  e profumi intensamente fruttati e floreali che, con l’invecchiamento, virano verso lo speziato e il tostato. Vini corposi e strutturati che, grazie alla notevole carica tannica, possono reggere senza battere ciglio l’invecchiamento per molti anni, acquistando così notevole finezza ed eleganza.

Ha trovato come suoi terreni d’elezione, oltre alla zona del Vulture in Basilicata, la regione Campania,  che con le DOCG Taurasi e Taburno e la DOC Falerno del Massico  riesce ad esprimere grandi vini, molto apprezzati dagli enoappassionati italiani.

E adesso arriviamo alle degustazioni. Qui di seguito parlerò, in breve, di 7 Aglianico del Vulture, probabilmente i migliori dell’intera denominazione, degustati in un lasso di tempo di circa tre anni.

 

Aglianico del Vulture Teodosio 2013, doc, alc. 13,5%, az. BASILISCO, biologica certificata. Rosso rubino bello e didascalico. All’olfatto esprime un intenso fruttato (prugna, ciliegia) e un delicato floreale, per poi virare decisamente sullo speziato e il tostato. Ottimo l’aspetto gustativo, prossimo all’equilibrio. Finale lungo. Voto: 89

 

 

Aglianico del Vulture Il Sigillo 2012, doc, gr. 14%, az. CANTINE DEL NOTAIO, convenzionale. Rosso rubino profondo. Olfattiva di grande livello dove lo speziato (noce moscata, chiodi di garofano) e il tostato (caffè, orzo) prevaricano le note fruttate e floreali che rimangono in sottofondo. Grande struttura ma equilibrata nelle componenti, finale lunghissimo. Voto: 91

 

 

Aglianico del Vulture Titolo 2012, doc, alc. 14%, az. ELENA FUCCI, biologica. Rubino sfavillante. Note olfattive a iosa: dal floreale (peonia, rosa appassita) al fruttato (prugna, amarena), allo speziato (pepe nero, noce moscata), uno soffio di cacao amaro e, per chiudere, una lieve nota foxi. Grande struttura gustativa che si sposa con un perfetto equilibrio fra le parti.  Armonico. Finale lungo, assai. Piccola-grande azienda: piccola nelle dimensioni e grande nei risultati. Eccellente. Voto: 92

 

 

Aglianico del Vulture Roinos 2013, doc, alc. 14,5%, az. EUBEA, biologica certificata. Bel rosso rubino che preannuncia un’olfazione di ottimo livello dove sono presenti quasi tutte le “famiglie”: floreale (rosa appassita), fruttato (mora, prugna), speziato (pepe, chiodi di garofano) e una lieve nota finale di tabacco e cuoio. Corpo “scultoreo” che lascia presagire un lungo invecchiamento con il quale acquistare un perfetto equilibrio. Finale lungo. Ai limiti dell’eccellenza. Voto: 90

 

 

Aglianico del Vulture Pian del Moro 2013, doc, alc. 14%, az. MUSTO CARMELITANO, biologica certificata. Rubino profondo. Apre, didascalico, su note floreali (fiori rossi appassiti) e fruttate (frutti di bosco), poi emerge uno speziato classico a base di pepe e noce moscata per concludere su note balsamiche e di sigaro. Gustativa assai buona con un equilibrio quasi perfetto. Persistenza lunga. Ottimo: 89

 

 

Aglianico del Vulture Don Anselmo 2012, doc, alc. 14,5%, az. PATERNOSTER, biologica certificata. Rosso rubino cupo, profondo, un “sangue di piccione”.  Olfattiva superba, all’altezza dei grandi Barolo. Tutte le “famiglie” olfattive trovano espressione, c’è l’imbarazzo della scelta. Fiori appassiti ( violetta, rosa, peonia), frutti di bosco (mirtillo, ribes, mora), dolce confettura di ciliegia, caffè, cioccolato, liquirizia, ginepro, cuoio, tabacco ecc. ecc. Corpo debordante e ciò nonostante perfettamente in equilibrio nelle sue componenti, molto intenso e persistente. Veramente un grande vino. A dir poco eccellente. Voto: 94

 

 

Aglianico del Vulture Serpara 2010, doc, alc. 14,5%, az. RE MANFREDI, convenzionale. Quasi granato. Olfattiva di gran livello, estremamente elegante: confettura di frutta rossa e rosa appassita in primis, ma subito avanzano le spezie con pepe, noce moscata e cannella in bella evidenza, conclude su note balsamiche e foxi. Al gusto è prorompente ma equilibrato per cui non risulta “stancante”, tutt’altro. Finale lunghissimo. Grande vino. Eccellente: voto 93.

 

 

Alla salute, fratelli.

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